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Vaccini e autismo: cosa sappiamo davvero?

In questi giorni, a causa di un brutto caso di cronaca, è tornato al centro dell’attenzione un argomento in cui la comunità autistica si ritrova troppo spesso coinvolta: la convinzione che i vaccini possano causare l’autismo.

Non vorrei però parlare del caso di cronaca in sé. Anche perché, per quanto possa essere stato proprio quel caso a riportare l’argomento sulle prime pagine, il problema che mi interessa è molto più grande e, soprattutto, non riguarda soltanto una singola famiglia.

Ciò che mi interessa analizzare è come un’informazione scientificamente falsa possa diventare così convincente da influenzare decisioni reali sulla salute delle persone.

(Il grafico qui sotto vi mostra il numero annuo stimato di decessi causati da diverse malattie prevenibili con i vaccini, sulla base dei modelli statistici).

Il problema dell’esitazione vaccinale

Nel 2019 l’OMS inserì la cosiddetta vaccine hesitancy (esitazione vaccinale) tra le dieci principali minacce per la salute globale.

Con questa espressione si indicano la riluttanza o il rifiuto di vaccinarsi nonostante la disponibilità dei vaccini.

(Il grafico qui sotto è un confronto del tasso di mortalità globale con e senza vaccini).

Esitare davanti a un vaccino non significa per forza essere ignoranti o “contro la scienza”. A volte entrano in gioco paura, poca fiducia, informazioni confuse o difficili da verificare.

Online troviamo ogni giorno centinaia di notizie che sembrano tutte credibili: articoli, video, testimonianze, post e presunti esperti che estrapolano i dati dal contesto. Insomma, capire di chi fidarsi non è sempre facile.

Essere intelligenti o istruiti non basta automaticamente a riconoscere uno studio affidabile da una notizia falsa. Non è una colpa: nessuno può essere esperto di tutto, ma è anche vero che al giorno d’oggi abbiamo a disposizione tutto ciò che ci serve per provare a capire quali informazioni meritano fiducia. Tutto sta a imparare come orientarsi nel web.

Come facciamo a capire se un’informazione è affidabile?

Qualche tempo fa ho scritto un articolo proprio su questo argomento, in cui ho raccontato il metodo che utilizzo personalmente quando voglio capire se un’affermazione scientifica è realmente supportata dalle evidenze.

Non è un metodo infallibile. Non sono una ricercatrice e non pretendo di esserlo. Proprio per questo non mi fido di chi parla più forte: mi fido solo di ciò che resta in piedi dopo numerosi controlli e verifiche indipendenti.

La scienza può sbagliare, e a volte sbaglia. Ma è fatta anche per mettere alla prova i propri errori e correggerli nel tempo. Ed è proprio quello che vedremo tra poco, nella storia di Andrew Wakefield.

In ogni caso, questo per me è un criterio più affidabile che scegliere arbitrariamente, in mezzo a mille informazioni, quella che mi sembra più convincente.

E allora proviamo ad applicare lo stesso metodo a una delle affermazioni più famose sull’autismo.

I vaccini causano l’autismo?

La risposta, alla luce delle evidenze disponibili, è no.

E questa è una cosa importante da chiarire subito, prima ancora di parlare di Wakefield.

Le ricerche fatte negli ultimi decenni non hanno trovato alcun legame tra vaccini e autismo.

Non parliamo di un solo studio o dell’opinione di una singola organizzazione. Parliamo di molti studi, svolti in Paesi diversi e su grandi numeri di persone. Una revisione del 2014, per esempio, ha analizzato dati relativi a oltre un milione di bambini e non ha trovato legami né tra i vaccini in generale e l’autismo, né tra il vaccino MPR e l’autismo.

Anche le revisioni dell’OMS risalenti al 2025 arrivano alla stessa conclusione: non esiste un rapporto causale tra vaccini e disturbo dello spettro autistico.

È proprio questo il concetto di convergenza delle evidenze di cui parlavo nel mio articolo precedente.

Ma allora perché questa associazione sembra così intuitiva?

Perché esiste una coincidenza temporale.

I primi segnali dell’autismo possono diventare più evidenti intorno al secondo anno di vita, proprio nel periodo in cui i bambini ricevono numerose vaccinazioni.

È quindi comprensibile che un genitore noti alcuni cambiamenti dopo una vaccinazione, e si chieda: “E se fosse stato il vaccino?”

Il problema è che il fatto che una cosa avvenga dopo un’altra non dimostra che la prima abbia causato la seconda.

Questo errore di ragionamento ha persino un nome: “post hoc ergo propter hoc”, cioè (molto semplicemente): “è successo dopo, quindi è successo a causa di”.

Ma il tempo, da solo, non dimostra una causalità. Se indosso una maglietta rossa e subito dopo comincia a piovere, la maglietta non ha fatto piovere.

È un esempio volutamente ridicolo, perché il principio logico è esattamente quello.

Vaccinazioni e primi segnali dell’autismo possono capitare nello stesso periodo semplicemente perché entrambi sono comuni in quella fase della crescita. Per capire se esiste davvero un legame bisogna guardare ai dati raccolti su tante (TANTE) persone.

L’autismo esiste anche quando non si vede

L’autismo è una condizione del neurosviluppo: riguarda il modo in cui il cervello e il sistema nervoso si sviluppano e funzionano. È un processo che comincia molto presto, già durante la gravidanza, e continua dopo la nascita. Non è qualcosa che compare all’improvviso.

Inoltre, il momento in cui una caratteristica diventa visibile non è necessariamente il momento in cui è iniziata. Alcuni segnali possono essere notati solo più avanti, quando il bambino cresce e aumentano le richieste della vita quotidiana. Anche gli stessi criteri diagnostici diffusi dal Ministero della Salute tengono conto di questo.

Estratto dal manuale “Il progetto di vita. Tutto quello che c’è da sapere sulla riforma della disabilità e sul decreto 62/2024”

Perciò, dire “dopo il vaccino ho notato qualcosa” racconta una sequenza nel tempo, ma non dimostra né quando sia iniziato lo sviluppo autistico né quale ne sia la causa.

L’autismo è complesso

L’autismo ha una forte componente genetica, ma non esiste un unico “gene dell’autismo”. Entrano in gioco molte varianti genetiche: alcune ereditate e altre che insorgono de novo, cioè spontaneamente. Anche per questo l’autismo può presentarsi in modi molto diversi da persona a persona.

Il punto centrale è che l’autismo non ha una causa unica e semplice. È legato a un percorso di sviluppo del cervello complesso, che coinvolge molti fattori. Per questo non ha senso attribuirlo a un solo evento avvenuto durante l’infanzia, come una vaccinazione.

Ma se le evidenze non sostengono il legame tra vaccini e autismo, da dove viene l’idea che vaccini e autismo siano collegati?

Lo studio di Andrew Wakefield.

Nel 1998 Andrew Wakefield pubblicò su The Lancet uno studio condotto su dodici bambini che suggeriva un possibile legame tra vaccino MPR (contro morbillo, parotite e rosolia) e autismo.

Sì, avete letto bene.

Non milioni, non migliaia… neanche centinaia: solo dodici. Un numero assolutamente insufficiente per dimostrare un rapporto causale. Si trattava infatti di una piccola serie di casi, non di uno studio epidemiologico progettato per stabilire se il vaccino MPR causasse l’autismo.

Nonostante questo, l’ipotesi fu ripresa dai media e fece crescere la paura del vaccino MPR. Finché negli anni successivi emersero gravi problemi nello studio, fino al suo completo ritiro nel 2010.

Il problema non era uno studio “scomodo”

Negli anni successivi, le autorità mediche britanniche giudicarono Wakefield colpevole di disonestà e di gravi violazioni etiche: alcuni bambini erano stati sottoposti a esami invasivi senza una chiara necessità clinica. Inoltre furono riscontrate importanti discrepanze tra quanto riportato nell’articolo e le cartelle cliniche dei bambini coinvolti.

Emersero anche conflitti d’interesse non dichiarati: Wakefield aveva ricevuto finanziamenti collegati a un progetto legale volto a sostenere possibili azioni contro il vaccino MPR e aveva lavorato come consulente per un avvocato coinvolto nella controversia.

Avere un finanziamento non dimostra da solo che una ricerca sia falsa. Ma un potenziale conflitto d’interessi è un’informazione scientificamente rilevante e deve essere dichiarato, perché permette a chi legge di valutare meglio l’indipendenza della ricerca.

Nel 2010 The Lancet ritirò completamente l’articolo, dopo che le indagini avevano evidenziato gravi problemi nella condotta della ricerca e nella corrispondenza tra quanto riportato nell’articolo e i dati clinici dei bambini coinvolti.

La rivista riconobbe inoltre che l’articolo non avrebbe mai dovuto essere pubblicato in quella forma e si scusò. Infine, Wakefield fu radiato dall’ordine dei medici britannico.

Non si trattava quindi di uno scienziato “messo a tacere” perché scomodo: si trattava di uno studio con gravi problemi di metodo, etica e correttezza.

E qui entra in gioco il metodo scientifico

Qualcuno potrebbe pensare che lo studio di Wakefield sia stato ritirato solo perché “dava fastidio”. Ma non è andata così.

La sua ipotesi è stata controllata da molti altri ricercatori indipendenti, in Paesi diversi e attraverso studi molto più grandi. Se il legame tra vaccini e autismo fosse stato reale, ci saremmo aspettati di osservarlo anche in questi campioni.
E invece non è successo. semplicemente, la ricerca successiva non ha confermato quel legame.

Il diagramma di flusso del metodo scientifico applicato alla sanità pubblica (Fonte: EpiCentro – ISS). Ogni vaccino è sottoposto a una verifica costante che continua negli anni anche dopo l’immissione sul mercato: è questa rete di controlli indipendenti a correggere gli errori e a tutelare la sicurezza dei dati.

La scienza non si basa sul fidarsi di un singolo medico o di un singolo studio. Conta ciò che emerge quando tante ricerche indipendenti arrivano alla stessa conclusione. Questo non rende la scienza perfetta, ma aiuta a trovare e correggere errori, anche quando all’inizio sembrano ipotesi convincenti.

Il bello del metodo scientifico è che per funzionare non richiede che gli esseri umani siano perfetti. Richiede invece che le loro affermazioni possano essere verificate.

Lo scandalo fa più rumore della smentita

Anche se lo studio di Wakefield è stato ritirato, l’idea che i vaccini causino l’autismo continua irrimediabilmente a circolare.

Il motivo è semplice: una frase come “un vaccino può causare l’autismo” fa paura, colpisce e si ricorda facilmente. Spiegare che molti studi più grandi non hanno trovato quel legame è meno immediato e richiede più attenzione.

In altre parole: la bugia ha una storia molto più facile da raccontare della verità. E questo è un problema enorme che è sempre esistito, non solo nell’epoca dei social.

Una volta che il dubbio entra nella testa, è difficile farlo uscire

C’è una frase di Stefania Salmaso, epidemiologa dell’Istituto Superiore di Sanità, che trovo particolarmente efficace per descrivere questo fenomeno:

“Una volta che viene insinuato il dubbio poi è difficile spazzarlo via, anche se gli si contrappongono argomenti razionali e fondati su evidenze. Il dubbio si basa su elementi di tipo emotivo e, in genere, basta che siano presenti voci in disaccordo per provocare una crisi di fiducia”.

All’inizio di questo articolo dicevo che non volevo raccontare un caso di cronaca e il motivo è proprio questo.

Una bambina, una famiglia, una malattia e una decisione drammatica possono attirare l’attenzione per qualche giorno. Ma il problema dell’informazione rimane.

La storia dei vaccini e dell’autismo è un esempio quasi perfetto di come può funzionare la disinformazione scientifica: uno studio piccolo e inaffidabile lancia un’idea che fa paura, i media la rilanciano e, anche quando quello studio viene ritirato, il dubbio resta.

In tutto ciò, la lezione più importante non è “non credere a Wakefield”. La vera lezione è: non lasciare che sia la storia più emozionante a decidere quale informazione è vera.

La scienza spesso è meno spettacolare: raccoglie dati nel tempo, confronta molti studi e controlla se i risultati vengono confermati anche da altri ricercatori. È un processo lento, ma è proprio questo che la rende più affidabile.

Fonti citate:


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